Le condizioni testamentarie

Ai sensi dell’articolo 633 del codice civile, le disposizioni testamentarie, sia a titolo universale che a titolo particolare, possono farsi sotto condizione sospensiva o risolutiva.

La condizione testamentaria presenta, in linea di massima, le stesse caratteristiche di quella contrattuale: è, infatti, un elemento accessorio, futuro ed incerto, da cui dipende l’inizio dell’efficacia (in caso di condizione sospensiva) o la fine dell’efficacia (in caso di condizione risolutiva) del testamento ovvero di singole disposizioni in esso contenute. Al riguardo, è bene precisare, da una parte, che la futurità deve essere valutata con riferimento alla conclusione del negozio, ossia alla c.d. testamenti factio e, dall’altra, che l’incertezza deve essere intesa in senso oggettivo e non soggettivo, essendo, altrimenti, irrilevante.

Anche nel testamento, al pari degli atti inter vivos, a seconda dell’evento dedotto in condizione, si distingue tra condizione potestativa, causale e mista.

La condizione potestativa si ha quando la disposizione testamentaria è subordinata al verificarsi di un evento che dipende dalla sola volontà dell’istituito/beneficiario. Tale forma di condizione, la cui ammissibilità è pacifica, va tenuta distinta dalla condizione meramente potestativa, che, se sospensiva, è considerata nulla, mentre, se risolutiva, è ritenuta valida, essendo considerata un’espressione della facoltà di revoca della disposizione testamentaria medesima.

Si parla, invece, di condizione causale quando l’istituzione d’erede o il legato sono subordinati al verificarsi di un evento dipendente, non dalla volontà dell’istituito/beneficiario, ma dal caso o dal fatto del terzo. Tale evento, però, non può dipendere dalla mera volontà del terzo, perché, altrimenti, la disposizione testamentaria sarebbe il frutto della volontà congiunta del testatore e del terzo e, come tale, nulla perché rimessa all’arbitrio di quest’ultimo.

È anche valida, poi, la condizione mista, che si ha quando l’evento in essa dedotto dipende in parte dalla volontà del testatore ed in parte dal caso o dalla volontà del terzo.

In materia testamentaria, tuttavia, la possibilità di apporre delle condizioni incontra due fondamentali limitazioni stabilite dal legislatore.

La prima si rinviene nell’articolo 549 del codice civile, ai sensi del quale “il testatore non può imporre pesi o condizioni sulla quota spettante ai legittimari”, dal che deriva che l’applicazione della condizione è limitata alla sola quota disponibile.

Altro limite, poi, è sancito dall’articolo 634 del codice civile, che considera come non apposte alle disposizioni testamentarie le condizioni impossibili e quelle illecite, per tali ultime intendendosi quelle contrarie a norme imperative, all’ordine pubblico o al buon costume.

Tale norma si differenzia nettamente dall’articolo 1354 del codice civile, il quale, dettato in tema di contratti, stabilisce che la condizione illecita rende nullo il negozio, mentre, quella impossibile, se sospensiva, comporta anch’essa la nullità dello stesso, mentre, se risolutiva si considera come non apposta. Differenza, questa, che si spiega con l’intento del legislatore di attribuire, quanto più possibile, efficacia alla volontà del testatore (principio del c.d. favor testamenti), che, diversamente dalla volontà delle parti di un contratto, non può essere nuovamente ripetuta.

Oltre alle condizioni illecite genericamente definite dall’articolo 634 del codice civile, sono, poi, espressamente considerate tali dal legislatore e, quindi, sanzionate con la nullità, la c.d. condizione di reciprocità ed il divieto di nozze.

Con riferimento alla prima ipotesi, infatti, l’articolo 635 del codice civile stabilisce che “è nulla la disposizione a titolo universale o particolare fatta dal testatore a condizione di essere a sua volta avvantaggiato nel testamento dell’erede o del legatario”. La ratio di tale disposizione è da ricercarsi nella tutela della libera e spontanea volontà del testatore.

Il primo comma dell’articolo 636 del codice civile, invece, dispone che “è illecita la condizione che impedisce le prime nozze o le ulteriori”. Al riguardo, l’opinione maggioritaria, sia in dottrina che in giurisprudenza, ritiene illecita ogni forma di condizionamento, più o meno incisivo che sia, anche ove sia previsto nell’interesse dello stesso beneficiario, in quanto esso incide su valutazioni e diritti di carattere personalissimo che, come tali, non tollerano interventi estranei. Come ha osservato anche la Suprema Corte, infatti, la condizione di nozze è da ritenersi in contrasto con norme imperative e con l’ordine pubblico in quanto limitativa della libertà dell’individuo in merito alle fondamentali scelte di vita in cui si esplica la sua personalità, libertà, questa, tutelata dall’articolo 2 della Costituzione.

Quando ad una disposizione testamentaria è apposta una condizione sospensiva, nel periodo compreso tra l’apertura della successione ed il momento in cui la condizione stessa si verifica o è certo che non si verificherà più, si è in una fase detta di pendenza della condizione. Fase, questa, in cui il chiamato sotto condizione si trova in una situazione giuridica di aspettativa di delazione. Per tale motivo, il legislatore (art. 641 c.c.) stabilisce che, durante la pendenza della condizione, è dato all’eredità un amministratore, il quale è individuato in chi sarebbe chiamato all’eredità medesima qualora la condizione non si verificasse: sostituito, coeredi con diritto di accrescimento o eredi legittimi (art. 642 c.c.).

Nel caso, invece, di condizione risolutiva, la delezione ereditaria è immediata, benché destinata a risolversi qualora si verifichi l’evento dedotto nella condizione stessa. Al fine di tutelare, dunque, i diritti di coloro che sarebbero chiamati all’eredità nel caso di avveramento di tale condizione, il legislatore (art. 639 c.c.) stabilisce che l’autorità giudiziaria, ove ne ravvisi l’opportunità, può imporre all’erede o al legatario di prestare idonea garanzia a favore di tali soggetti.

Ora, in caso di avveramento della condizione sospensiva, la delazione diventa attuale e l’erede o il legatario acquistano tale qualifica dal momento dell’apertura della successione, come se si fosse trattato di disposizione testamentaria pura e non condizionata.

Stessa efficacia retroattiva ha anche la condizione risolutiva, per cui, ove questa si verifichi, la delazione a favore dell’istituito si considera come mai avvenuta. La retroattività, però, in tal caso, è mitigata relativamente alla restituzione dei frutti. Ai sensi dell’articolo 646 del codice civile, infatti, nel caso di condizione risolutiva, l’erede/legatario non è tenuto a restituire i frutti se non dal giorno in cui la condizione si è verificata.

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