Il contratto a favore di terzo

Il contratto a favore di terzo, previsto e disciplinato dall’articolo 1411 c.c., si ha quando uno dei contraenti (detto promittente) si obbliga, nei confronti dell’altro (detto stipulante), ad eseguire una prestazione in favore di un terzo.

Tale contratto, salvo patto contrario, produce effetti immediati nella sfera del terzo, acquistando egli direttamente il diritto contro il promittente per effetto della stipulazione. Questa però può essere revocata o modificata dallo stipulante fino a che il terzo non abbia dichiarato, anche in confronto del promittente, di volerne profittare. L’adesione del terzo, infatti, produce l’effetto di rendere irrevocabile la stipulazione in suo favore, motivo per cui, una volta che questa sia intervenuta, il contratto non può più essere rifiutato dal terzo, essendo necessaria, a quel punto, una vera e propria rinuncia abdicativa.

In caso di revoca del contratto o di rifiuto del terzo a profittarne, invece, la prestazione rimane a beneficio dello stipulante, salvo che risulti diversamente dalla volontà delle parti o dalla natura del contratto.

Il contratto a favore del terzo si configura, dunque, come un’eccezione al principio di relatività dei negozi giuridici, di cui all’articolo 1372 del codice, in base al quale il contratto ha effetto solo tra le parti che vi partecipano e non verso i terzi, salvi i casi previsti dalla legge.

Il legislatore, oltre alla figura generale del contratto a favore di terzo, prevede alcune figure particolari. Tra queste, è possibile annoverare l’assicurazione a favore del terzo, di cui all’articolo 1920 c.c., il contratto di trasporto a favore del terzo, previsto dall’articolo 1689 c.c.[1], nonché la rendita vitalizia a favore del terzo, disciplinata dall’articolo 1875 c.c..

La dottrina, poi, riconduce a tale fattispecie anche altre ipotesi, quali ad esempio, l’accollo o l’espromissione.

Per quanto riguarda la natura giuridica del contratto a favore di terzo, alcuni autori sostengono che questo sarebbe un contratto tipico, con una causa costante, tipica, che andrebbe ravvisata proprio nella diretta produzione degli effetti del contratto nella sfera giuridica del terzo. Ad esempio, nella vendita a favore di terzo la causa non sarebbe data dallo scambio di cosa contro prezzo, ma dallo scambio tra il prezzo e l’attribuzione al terzo.

La dottrina prevalente e preferibile, invece, sostiene che il contratto a favore di terzo non sarebbe un contratto tipico ma un contratto ordinario munito di una clausola accessoria che fa deviare gli effetti tipici di quel contratto verso il terzo. Tesi, questa, che sarebbe avvalorata anche dalla collocazione dell’istituto all’interno del codice civile (la disciplina generale dei contratti e non la sezione dedicata ai contratti tipici).

Accanto alla causa del singolo contratto, che è tipica e interna, è individuabile poi una causa del rapporto tra stipulante e terzo, che è esterna all’accordo tra stipulante e promittente. Detta causa potrà essere, a seconda dei casi, una causa donandi, ovvero una causa solvendi (dovendo estinguere il debito di 100 milioni che ho verso Tizio stipulo con Caio un contratto di vendita del mio appartamento e lui si impegna a versare il prezzo a Tizio).

Anche la disciplina, ovviamente, sarà quella del contratto tipico posto in essere, combinata con quella del contratto a favore di terzo.

L’articolo 1412 del codice civile disciplina, poi, un’ipotesi particolare di contratto a favore di terzo. Esso dispone che, se la prestazione deve essere effettuata al terzo dopo la morte dello stipulante, questi può revocare il beneficio anche con una disposizione testamentaria e anche se il terzo abbia dichiarato di volerne profittare, salvo che, in quest’ultimo caso, lo stipulante stesso abbia rinunciato per iscritto al potere di revoca.

Se il terzo premuore allo stipulante, la prestazione deve essere eseguita a favore degli eredi del terzo, salvo che il beneficio non sia stato revocato o lo stipulante non abbia disposto diversamente.

Quanto alla natura giuridica di tale fattispecie, la dottrina discute se si tratti di un negozio mortis causa o inter vivos.

La tesi prevalente sostiene che si tratti di un negozio inter vivos. Prima di tutto perché la stipulazione opera immediatamente, e ciò è dimostrato dal fatto che la prestazione deve essere effettuata agli eredi del terzo se questi premuore allo stipulante; è chiaro allora che il diritto è nella sfera del terzo già da prima della morte dello stipulante, perché non potrebbe trasferirsi un diritto che non si sia acquistato.

La tesi del negozio mortis causa, invece, fonda le sue ragioni, da un loto, sulla considerazione che lo stipulante, infatti, vincola un bene per il tempo successivo alla sua morte e, dall’altro, sul fatto che egli possa revocare in ogni tempo il beneficio, caratteristiche, queste, entrambe tipiche degli atti di ultima volontà.

[1] Ipotesi, questa, in cui è previsto che il mittente possa anche revocare il diritto prima dell’arrivo a destinazione del bene (c.d. diritto di contrordine).

Grazie per la collaborazione.

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