Il concetto di famiglia nel diritto italiano

Nell’attuale scenario socio-giuridico il concetto di famiglia comprende ed individua una pluralità di modelli tipizzati, ciascuno dotato di una propria disciplina legislativa, la cui comune caratteristica si sostanzia nei vincoli – di sesso, sangue, affetto e solidarietà – che legano i componenti degli stessi.

Tra questi modelli, viene innanzitutto in considerazione quello della famiglia fondata sul matrimonio, riconosciuta e tutelata già a livello costituzionale in quanto “società naturale”, ossia preesistente alla nostra Carta Fondamentale. Tale tipologia familiare si basa sull’atto solenne del matrimonio – dal quale è formalizzata – con cui gli sposi si vincolano ai reciproci impegni, acquistando i diritti ed assumendo i doveri previsti dal codice civile, diritti e doveri che, per espressa previsione legislativa, sono gli stessi per entrambi i coniugi.

In tale ambito, è possibile distinguere, da un lato, la c.d. famiglia parentale e, dall’altro, la famiglia nucleare: la prima, è composta dai coniugi, dai loro discendenti, dai parenti – anche i più lontani – e dagli affini; la seconda, invece, è quella costituita dai coniugi e dai loro (eventuali) figli.

Il concetto di famiglia parentale rileva, soprattutto, per quanto concerne la successione ereditaria, annoverando, il nostro legislatore, fra le categorie di successibili ex lege del de cuius, il coniuge, i discendenti, gli ascendenti, i collaterali e gli altri parenti, nell’ordine e secondo le modalità di cui agli articoli 565 e seguenti del codice civile. Sempre dal punto di vista successorio, inoltre, il nostro ordinamento (artt. 536 e s.s. c.c.) riconosce al coniuge, ai figli ed agli ascendenti la qualifica di legittimari, ossia di soggetti a favore dei quali, per legge, è riservata una quota di eredità (c.d. quota di legittima o di riserva).

Nella sfera della famiglia nucleare, poi, il legislatore (artt. 167 e s.s. c.c.) attribuisce ai coniugi (o ad un terzo, con il consenso dei coniugi stessi) la possibilità di costituire un fondo patrimoniale, destinando determinati beni, immobili o mobili registrati o titoli di credito, a far fronte ai bisogni della famiglia, attuando, così, una vera e propria segregazione patrimoniale per i beni adibiti a tale scopo.

Accanto alla famiglia fondata sul matrimonio, la cui imprescindibile caratteristica è costituita dal fatto che i coniugi siano di sesso diverso, si colloca quella costituita dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, istituita e disciplinata per la prima volta nell’ordinamento italiano dalla L. 20 maggio 2016, n. 76 (c.d. Legge Cirinnà), il cui unico articolo, al primo comma, la definisce quale “formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione”.

L’unione civile è costituita da due persone maggiorenni dello stesso sesso mediante dichiarazione resa, alla presenza di due testimoni, di fronte all’ufficiale di stato civile ed il relativo atto – come quello di matrimonio – è da questi registrato nell’archivio dello stato civile.

Con la costituzione dell’unione civile, le parti di questa, al pari dei coniugi, acquistano gli stessi diritti ed assumono i medesimi doveri, tra i quali l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale ed alla coabitazione.

Riguardo alle parti dell’unione civile la legge estende ad esse molti dei diritti e dei doveri connessi allo stato coniugale, sicché esse sono sostanzialmente equiparate ai coniugi, anche sotto il profilo dei diritti successori. Anche alle parti dell’unione civile, inoltre, è riconosciuta la possibilità di costituire un fondo patrimoniale, stante il rimando alla relativa sezione del codice civile, contenuto nel comma 13 dell’articolo 1 della legge 76/2016.

È, invece, esclusa, nell’ambito dell’unione civile, la creazione di legami di filiazione. Gli uniti civilmente, infatti, non possono ricorrere alla fecondazione assistita o all’adozione c.d. piena (o legittimante), nella quale il minore adottato acquista lo status di figlio della coppia adottiva. La parte dell’unione civile, tuttavia, può adottare il figlio biologico dell’altra parte con una forma mite di adozione (art. 44, L. 184/1983) che, per effetto dei ripetuti interventi della giurisprudenza (da ultimo, Corte Cost. 79/2022), si avvicina sempre più al modello genitoriale tradizionale con l’instaurazione di legami di parentela tra il minore adottato e la famiglia dell’adottante (parte dell’unione civile), senza elidere il legame tra il minore adottato e il suo genitore biologico (ex coniuge o convivente dell’altra parte dell’unione).

Su un piano parallelo rispetto a quelli della famiglia fondata sul matrimonio e sull’unione civile, si pone la c.d. famiglia di fatto, riconducibile anch’essa nell’ambito delle formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell’individuo (art. 2 Cost.).

La prima disciplina giuridica della famiglia di fatto è stata introdotta, nel nostro Paese, soltanto con la già citata L. 20 maggio 2016, n. 76, il cui articolo 1, comma 36, ha definito, per la prima volta, i conviventi di fatto come “due persone maggiorenni (sia di sesso diverso che dello stesso sesso) unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”.

La Legge Cirinnà ha riconosciuto ai conviventi di fatto alcuni limitati diritti. Tra questi, ricordiamo il diritto reciproco di visita, di assistenza e di acceso alle informazioni personali in caso di ricovero o malattia, nonché quelli spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario, ovvero il diritto al subentro nel contratto di locazione della casa di comune residenza, in caso di morte del convivente conduttore.

Il legislatore del 2016, però, a differenza di quanto previsto per le unioni civili, non ha introdotto una tutela successoria per i conviventi di fatto, con la conseguenza che, stante il silenzio legislativo, al convivente di fatto superstite non spettano diritti successori sull’eredità del convivente defunto. In mancanza di un testamento di costui, dunque, la relativa eredità si devolverà secondo le norme sulla successione legittima.

Diverso discorso, invece, va fatto riguardo ai figli eventualmente nati da una coppia di conviventi di fatto, i quali, stante la riforma della filiazione del 2013, sono equiparati a quelli nati in costanza di matrimonio.

Un particolare cenno meritano, poi, le c.d. famiglie allargate, intese quali nuclei familiari in cui, insieme ai coniugi (o ai conviventi nonché alle parti dell’unione civile), vivono, non solo gli eventuali figli della coppia, ma anche quelli avuti da precedenti relazioni. In tali ipotesi, salvi i casi particolari di adozione dei figli di uno dei coniugi da parte dell’altro coniuge, tra quest’ultimo e i primi si instaurerà soltanto un rapporto di affinità e non di parentela, aspetto, questo, che acquista rilievo soprattutto dal punto di vista successorio.

Grazie per la collaborazione.

Torna in alto