Le unioni civili

La disciplina sulle unioni civili è stata introdotta, per la prima volta, nel nostro ordinamento giuridico dai commi da 1 a 35 dell’unico articolo della Legge 20 maggio 2016, n.76 (c.d. Legge Cirinnà), recante “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, entrata in vigore il 5 giugno 2016.

Il primo comma della citata disposizione istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso, definendola quale “specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione” ed annoverandola, pertanto, fra quelle tutelate a livello costituzionale dalla Repubblica in quanto in essa si svolge la personalità degli individui che la compongono[1].

L’unione civile può essere costituita da due persone maggiorenni dello stesso sesso, mediante dichiarazione resa, alla presenza di due testimoni, dinnanzi ad un ufficiale di stato civile[2], il quale provvede, poi, ad iscrivere il relativo atto nel registro delle unioni civili tenuto presso l’archivio dello stato civile.

Il legislatore del 2016, pur non utilizzando il termine matrimonio come sinonimo di unione civile, effettua, in sostanza, una vera e propria equiparazione – salvo alcune eccezioni – tra i due istituti. In primis, infatti, sono cause impeditive per la costituzione dell’unione civile, così come per il matrimonio: a) la sussistenza, per una delle parti, di un vincolo matrimoniale o di un’altra unione civile; b) l’interdizione per infermità di mente di una delle parti; c) l’esistenza, fra le parti, dei rapporti di parentela o di affinità di cui all’articolo 87, primo comma, del codice civile[3]; d) la condanna definitiva di una delle parti per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte.

La sussistenza di anche una sola di tali cause impeditive comporta, ai sensi del quinto comma della disposizione in esame, la nullità dell’unione civile, la quale può essere fatta valere da ciascuna delle parti della stessa, dai loro ascendenti prossimi, dal pubblico ministero e da chiunque vi abbia un interesse legittimo e attuale. All’unione civile, inoltre, si applicano gli articoli 65 e 68, nonché le disposizioni di cui agli articoli 119, 120, 123, 125, 126, 127, 128, 129 e 129-bis del codice civile.

Al pari del matrimonio, inoltre, l’unione civile può essere impugnata dalla parte il cui consenso sia stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravità ingenerato da terzi, ovvero qualora tale consenso sia stato dato per effetto di errore sull’identità della persona o di errore essenziale su qualità personali dell’altro partner. Al riguardo, il legislatore precisa che l’errore sulle qualità personali “è essenziale qualora, tenute presenti le condizioni dell’altra parte, si accerti che la stessa non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente conosciute e purché l’errore riguardi: a) l’esistenza di una malattia fisica o psichica tale da impedire lo svolgimento della vita comune [nonché] b) le circostanze di cui all’articolo 122, terzo comma, numeri 2), 3) e 4) del codice civile”. Tale azione, tuttavia, non può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo che siano cessate la violenza o le cause che hanno determinato il timore ovvero sia stato scoperto l’errore.

L’equiparazione tra unione civile e matrimonio prosegue, poi – pur se con qualche eccezione – anche sul piano dei rapporti personali e patrimoniali tra gli individui che la compongono.

Sotto il primo aspetto, infatti, il comma 11 dell’articolo 1 della legge 76/2016 ripropone quasi fedelmente il testo dell’articolo 143 del codice civile, in materia di “Diritti e doveri reciproci dei coniugi”, stabilendo, da un lato, che, con la costituzione dell’unione civile, “le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri” e, dall’altro, che “dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione”. Non è richiamato, invece, a differenza di quanto statuito dall’articolo 143 c.c. per il matrimonio, l’obbligo di fedeltà che, dunque, non rientra tra quelli legislativamente previsti per gli uniti civilmente. Similmente a quanto previsto per i coniugi dalla disposizione civilistica supra citata, poi, anche le parti dell’unione civile sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze ed alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.

Per ciò che concerne, poi, i rapporti patrimoniali fra gli uniti civilmente, il comma 13 della norma de qua, dopo aver stabilito – similmente all’articolo 159 del codice civile in materia di regime patrimoniale tra coniugi – che “il regime patrimoniale dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, in mancanza di diversa convezione matrimoniale, è costituito dalla comunione dei beni”, effettua, con riferimento alla forma, alla modifica, alla simulazione ed alla capacità per la stipula delle convenzioni patrimoniali, un rinvio alla disciplina contenuta negli articoli 162, 163, 164 e 166 del codice civile, nonché nelle sezioni II, III, IV, V e VI del titolo VI del libro primo del codice medesimo. Da ciò, dunque, si ricava che, anche per gli uniti civilmente, si applicano le norme in tema di comunione legale e convenzionale, di separazione dei beni, di impresa familiare e di fondo patrimoniale. Con riferimento a quest’ultimo, quindi, anche gli uniti civilmente – a differenza dei conviventi di fatto – possono destinare, ai sensi e per gli effetti degli articoli 167 e seguenti del codice civile, determinati beni immobili, mobili registrati o titoli di credito, a far fronte ai bisogni della famiglia.

Altra norma fondamentale della legge in esame è il comma 20 dell’articolo 1 della stessa, generalmente definito come “clausola di salvaguardia”, che equipara espressamente l’unione civile al matrimonio, prescrivendo l’automatica applicabilità delle disposizioni di legge che si riferiscano al matrimonio o che contengano le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, al fine di garantire l’effettiva tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi che sorgono dall’unione civile. Tale disposizione, tuttavia, non si applica alle norme del codice civile non espressamente richiamate dalla legge de qua[4], né alle adozioni, disciplinate dalla legge 4 maggio 1983, n. 184 che, pertanto, continuano ad essere riservate alle sole persone unite da vincolo matrimoniale[5].

L’aspetto successorio delle unioni civili, invece, è disciplinato dal comma 21 del più volte citato articolo 1 della Legge Cirinnà, in forza del quale l’unito civilmente viene equiparato, anche dal punto di vista dei diritti successori, al coniuge. A costui, pertanto, spettano gli stessi diritti riconosciuti alle persone unite in matrimonio, sia con riferimento alla successione legittima, sia a quella necessaria, nonché per ciò che concerne, ove ve ne siano i presupposti, i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 540, secondo comma, del codice civile.

Con riferimento, infine, alle cause di scioglimento dell’unione civile, questa, al pari del matrimonio, viene meno automaticamente in caso di morte o di dichiarazione di morte presunta di una delle parti, nonché nei casi previsti dall’articolo 3, numeri 1) e numero 2), lettere a), c), d) ed e) della legge 1° dicembre 1970, n. 898[6]. È, poi, causa di scioglimento dell’unione civile anche la sentenza di rettificazione anagrafica di sesso, mentre, ove tale sentenza venga pronunciata con riferimento a persone unite in matrimonio e queste abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio stesso ovvero di non cessarne gli effetti, ne consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso[7].

L’unione civile, inoltre, ai sensi del comma 24, si scioglie quando le parti abbiano manifestato, anche disgiuntamente, la volontà di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile. In tal caso, la domanda di scioglimento può essere proposta decorsi tre mesi dalla data di manifestazione della volontà di scioglimento dell’unione stessa ed il relativo procedimento è regolato tramite il rinvio, operato dal successivo comma 25, alla procedura del divorzio.

[1] A tal proposito, si evince una prima, fondamentale, differenza tra le unioni civili e le convivenze di fatto – anch’esse disciplinate dalla legge de qua – che non ricevono, invece, dal legislatore alcuna tutela costituzionale.

[2] Cfr. art. 1 c. 2 l.n. 76/2016.

[3] L’articolo 1, comma 4, lett. c) della Legge Cirinnà specifica, inoltre, in merito che “non possono altresì contrarre unione civile tra persone dello stesso sesso lo zio e il nipote e la zia e la nipote”.

[4] Norme, queste, tra le quali è ricompreso, inter alia, l’articolo 78 c.c., in tema di affinità (ossia del vincolo che, in caso di matrimonio, si instaura tra un coniuge ed i parenti dell’altro coniuge), motivo per cui essa non sorge in caso di unione civile tra persone dello stesso sesso.

[5] Al riguardo, tuttavia, è opportuno sottolineare come la Corte di Cassazione, intervenendo sul punto con la sentenza n. 12962, pubblicata il 22 giugno 2016, abbia consentito ad una coppia omosessuale unita civilmente di ricorrere alla c.d. stepchild adoption ai sensi dell’articolo 44 lett. b) della l. n. 184 del 4 maggio 1983. Nello specifico, la Suprema Corte ha stabilito che tale adozione, da un lato, “non determina in astratto un conflitto di interessi tra il genitore biologico e il minore adottando, ma richiede che l’eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice” e, dall’altro, “prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa sempreché, alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice, realizzi effettivamente il preminente interesse del minore”.

[6] Cfr. art. 1, commi 22 e 23, l.n. 76/2016.

[7] Cfr. art. 1, commi 26 e 27, l.n. 76/2016.

Grazie per la collaborazione.

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