IL CONTRATTO DI CONVIVENZA

CONVIVENZE DI FATTO E CONTRATTO DI CONVIVENZA

La Legge 20 maggio 2016, n. 76 (c.d. “Legge Cirinnà”) ha riconosciuto e disciplinato, per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano, le convivenze di fatto, cui sono dedicati i commi 36 e seguenti dell’articolo 1 della stessa.

Conviventi di fatto sono, ai sensi del citato comma 36, “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”.

Al fine di accertare la stabile convivenza, si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di costituzione di nuova famiglia o di nuova convivenza[1], benché, comunque, tale dichiarazione non venga considerata alla stregua di un presupposto per la validità, quanto, piuttosto, quale elemento probatorio ai fini dell’inizio e della sussistenza della convivenza medesima[2].

Con riferimento ai diritti spettanti ai conviventi di fatto, si osserva, in primis, come, a differenza di quanto previsto per gli uniti civilmente, il legislatore del 2016 non abbia operato una vera e propria equiparazione tra questi e le persone unite in matrimonio, limitandosi, infatti, a riconoscere loro gli stessi diritti spettanti al coniuge nei soli casi previsti dall’ordinamento penitenziario ovvero di malattia o ricovero presso strutture ospedaliere o sanitarie. Per tale motivo, dunque, a differenza di quanto previsto per i soggetti coniugati o uniti civilmente (per i quali, nel silenzio delle parti, il regime patrimoniale applicabile è quello della comunione legale dei beni), con riferimento alle convivenze di fatto, non si parla di un vero e proprio regime patrimoniale e, conseguentemente, l’acquisto e l’amministrazione dei beni, da parte dei conviventi stessi sono soggetti alle regole di diritto comune, non trovando, invece, applicazione – salvo quanto infra – la disciplina della comunione legale dei beni.

Ai sensi dei commi 40 e 48 del citato articolo 1 della Legge Cirinnà, inoltre, ciascun convivente può, sia designare l’altro quale suo speciale rappresentante in caso di malattia che comporti incapacità di intendere e volere, quanto alle decisioni in materia di salute, ovvero di morte, quanto alla donazione degli organi, alle modalità di trattamento del corpo ed alle celebrazioni funerarie, sia nominare l’altro quale tutore, curatore o amministratore di sostegno, in caso di interdizione, inabilitazione o sottoposizione ad amministrazione di sostegno.

Nessun diritto successorio, spetta, invece, ex lege, al convivente more uxorio, fatta salva la possibilità di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per due anni (o per un periodo pari alla convivenza, se superiore a due anni, ma, comunque, non oltre i cinque anni), in caso di morte del convivente proprietario della stessa, ovvero di subentrare nel contratto di locazione della casa di comune residenza, in caso di morte del convivente conduttore. Conseguentemente, ove un convivente voglia beneficiare l’altro a titolo di successione mortis causa, l’unico modo per attribuirgli dei diritti sarà quello di nominarlo erede e/o legatario con un apposito testamento.

La Legge Cirinnà, inoltre, consente che i conviventi disciplinino i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un apposito contratto di convivenza, alla cui disciplina si rivolgono i commi 50 e seguenti dell’articolo 1 della legge medesima.

Il contratto di convivenza – al pari delle sue modifiche e della sua risoluzione – deve essere redatto in forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata autenticata nelle sottoscrizioni da un notaio o da un avvocato, che ne attestano la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico. Resta ferma, tuttavia, la competenza esclusiva del notaio per gli atti di trasferimento di diritti reali immobiliari comunque discendenti dal contratto di convivenza.

Ai fini dell’opponibilità ai terzi, il professionista che ha ricevuto l’atto in forma pubblica o ne ha autenticato le sottoscrizioni, deve trasmetterne copia, entro i successivi dieci giorni, al Comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe, conformemente al regolamento anagrafico della popolazione residente[3].

Con riferimento al contenuto del contratto di convivenza, questo, oltre a recare, necessariamente, l’indicazione del domicilio di entrambe le parti (domicilio al quale dovranno essere effettuate le comunicazioni inerenti il contratto medesimo), può contenere:

  • l’indicazione della residenza comune delle parti:
  • la regolamentazione pattizia delle modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, determinata in base alle sostanze ed alla capacità di lavoro professionale o casalingo di ciascuno;
  • la scelta del regime patrimoniale della comunione legale dei beni, per la cui disciplina la legge rinvia alle norme dettate in materia di matrimonio. Scelta, questa, che è, comunque, sempre modificabile, nel corso della convivenza, con un atto avente la medesima forma del contratto originario;
  • la designazione dell’altro quale proprio rappresentante, con poteri pieni o limitati, in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute, ed in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie;
  • l’indicazione del convivente come futuro tutore, curatore o amministratore di sostegno, in caso ne ricorrano i presupposti.

Il contratto di convivenza non può essere sottoposto a termine o condizione e, ove tali elementi sano comunque inseriti, essi si hanno per non apposti.

Detto contratto, inoltre, è affetto da nullità insanabile, che può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse, se concluso:

  • in presenza di un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di un altro contratto di convivenza;
  • in assenza di una reale convivenza di fatto;
  • da persona minore di età;
  • da persona interdetta giudizialmente;
  • in caso di condanna per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra parte[4].

Il legislatore prevede che gli effetti del contratto restino sospesi in pendenza del procedimento di interdizione giudiziale ovvero nel caso di rinvio a giudizio o di misura cautelare disposti per il delitto di cui all’articolo 88 del codice civile, fino a quando non sia pronunciata sentenza di proscioglimento.

Ai sensi del comma 58 dell’articolo 1 della Legge Cirinnà, poi, il contratto di convivenza si risolve per:

  • accordo delle parti, il quale deve essere contenuto in un atto avente la medesima forma del contratto originario;
  • recesso unilaterale, anch’esso redatto nella suddetta forma e notificato – a cura del professionista che lo riceve o ne autentica la sottoscrizione – all’altro convivente, all’indirizzo risultante dal contratto medesimo. In tal caso, inoltre, qualora la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione;
  • successivo matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra uno dei conviventi e un’altra persona. In tale ultima ipotesi, il convivente che ha contratto matrimonio o unione civile deve notificare all’altro convivente, che è parte del contratto, nonché al professionista che lo ha ricevuto o autenticato, l’estratto di matrimonio o di unione civile;
  • morte di uno dei contraenti. In detta ipotesi, il contraente superstite o gli eredi del contraente defunto devono notificare al professionista che lo ha ricevuto o autenticato l’estratto dell’atto di morte, affinché egli provveda ad annotare, a margine del contratto di convivenza, l’avvenuta risoluzione dello stesso ed a notificarla all’anagrafe del Comune di residenza dei contraenti.

Qualora il contratto di convivenza preveda il regime patrimoniale della comunione dei beni, la sua risoluzione per accordo delle parti, recesso unilaterale ovvero per successivo matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra uno dei conviventi e un’altra persona, determina lo scioglimento della comunione medesima e la conseguente applicazione delle norme dettate dal codice civile in tema di scioglimento della comunione tra coniugi.

In caso di cessazione della convivenza di fatto, qualora uno dei due conviventi versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, il giudice stabilisce il diritto di questo a ricevere dall’altro gli alimenti per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata dall’articolo 438, secondo comma, del codice civile.

[1] Cfr. artt. 4 e 13, comma 1, lett. b) D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223, così come richiamati dall’art. 1, comma 37, l.n. 76/2016.

[2] Cfr. Tribunale di Milano, sez. IX, ordinanza del 31 maggio 2016.

[3] Cfr. artt. 5 e 7 D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223, così come richiamato dall’art. 1, comma 52, l.n. 76/2016.

[4] Cfr. art. 88 c.c., così come richiamato dall’art. 1, comma 57, l.n. 76/2016.

 

Grazie per la collaborazione.

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