PATTO DI INCEDIBILITA’ DEI CREDITI E DIVIETO DI ALIENAZIONE EX 1379 C.C.: DISCIPLINE A CONFRONTO

PATTO DI INCEDIBILITA’ DEI CREDITI E DIVIETO DI ALIENAZIONE EX 1379 C.C.: DISCIPLINE A CONFRONTO.

Ai sensi del secondo comma dell’articolo 1260 c.c., il principio della libera cedibilità dei crediti, di cui al primo comma della medesima disposizione, può essere derogato da un’espressa pattuizione delle parti.

Tale previsione legislativa ha costituito una novità del codice civile del 1942, mancando, invece, in quello del 1865 un’apposita norma al riguardo. L’antica dottrina, dunque, interrogandosi circa la possibilità, per creditore e debitore, di prevedere un patto di incedibilità dei crediti, si divideva tra chi[1], appellandosi al principio, di ordine pubblico, della libera circolazione dei crediti, considerava nulli tali accordi e chi[2], al contrario – distinguendo tra incedibilità convenzionale e indisponibilità del diritto in generale – li ammetteva, reputandoli legittimi.

L’attuale disposto del citato 1260, c. 2, c.c. dunque, oltre ad aver positivamente risolto – in maniera testuale – il dubbio circa la validità del patto di incedibilità del credito, ha riconosciuto giuridicamente l’interesse del debitore, pur trovandosi costui in una posizione giuridica di soggezione rispetto al creditore, di non vedere mutata la persona di quest’ultimo, così subordinando, di fatto, il citato principio della libera circolazione dei crediti alla volontà delle parti.

Ciò premesso, è opportuno sottolineare come il riconoscimento legislativo della validità del patto di incedibilità del credito debba essere confrontato con il più generale divieto di alienazione di cui all’articolo 1379 c.c. – ai sensi del quale, ove tale divieto sia stabilito per contratto, questo “ha effetto solo tra le parti, e non è valido se non è contenuto entro convenienti limiti di tempo e se non risponde a un apprezzabile interesse di una delle parti” – anche al fine di verificare l’esistenza, tra le due norme, di un rapporto di genere a specie.

A tal uopo, si osserva, in primis, che, pur avendo, i due vincoli, un oggetto differente, gli stessi sono accomunati dall’esigenza di tutelare le medesime ragioni, venendo, infatti, in gioco, in entrambi i casi, il principio della libera circolazione dei beni/diritti.

Riguardo a tale ultimo aspetto, occorre distinguere, innanzitutto, tra libertà di disposizione e libertà di alienazione (nel cui alveo è compresa, ovviamente, quella di cessione): fermo, infatti, il vincolo di inalienabilità/incedibilità, l’alienante ha, comunque, la libera facoltà di disporre del proprio diritto/credito. Dal che deriva, dunque, che le clausole in esame non vincolano né limitano affatto la libertà di disporre, dando, piuttosto, origine ad una obbligazione di non facere, cui corrisponde, per la parte lesa, la possibilità di chiedere il risarcimento del danno in caso di inadempimento, salvo quanto previsto dall’articolo 1260, secondo comma, c.c., ai sensi del quale “il patto non è opponibile al cessionario, se non si prova che egli lo conosceva al tempo della cessione”. In tal caso, dunque, il debitore potrà negare l’adempimento del credito al cessionario, riconoscendo al solo cedente la titolarità della pretesa[3]. Il che, comunque, non farebbe venir meno l’efficacia della cessione medesima tra le parti, motivo per cui il cedente sarà tenuto a versare al cessionario quanto percepito dal ceduto, ai sensi del disposto dell’articolo 1189, secondo comma, c.c.[4].

Ciò posto, e fermo restando il principio, di ordine pubblico, della libera circolazione dei beni, è stato osservato[5] come detto principio non venga violato da una clausola di inalienabilità temporanea, che risponda ad un apprezzabile interesse di almeno una delle parti. Avendo, peraltro, il principio de quo una portata generale – che lo rende applicabile non solo ai diritti assoluti, ma anche ad ogni altra tipologia di diritto, compresi quelli relativi (quali sono i diritti di credito) – ne deriva che la regola posta dall’articolo 1379 c.c. abbia portata generale e possa trovare, dunque, applicazione a tutti i vincoli convenzionali che limitino il trasferimento dei diritti.

Una parte della dottrina[6], tuttavia, basandosi sul dato testuale dell’articolo 1260 c.c. – nel quale non vi è alcun riferimento né ad un apprezzabile interesse di una delle parti (richiesto dal più volte citato articolo 1379 c.c.) né alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico (richiesta dall’articolo 1322 c.c. al fine di porre in essere contratti atipici) – ritiene che il patto di incedibilità dei crediti, a differenza del divieto di alienazione, sia valido in ogni caso. Il pactum de non cedendo, in altri termini, potrebbe anche non essere convenuto entro convenienti limiti di tempo né rispondere ad un apprezzabile interesse di una delle parti, in forza del carattere di per sé temporale e strumentale del credito, che escludendo, a priori, il pericolo di immobilizzazione della ricchezza, non impedirebbe, in alcun modo, la circolazione della proprietà[7]. Secondo la dottrina in esame, pertanto, non sussisterebbe un rapporto di species e genus tra le fattispecie di divieto di alienazione dei crediti e di divieto di alienazione degli altri diritti ed il mancato riferimento, al secondo comma dell’articolo 1260 c.c., ai limiti posti dal 1379 c.c. al divieto pattizio di alienazione troverebbe la sua ratio giustificatrice nella considerazione che il legislatore avrebbe tutelato, in tal modo, l’interesse del debitore all’immutabilità della persona del creditore. In base a tale impostazione, dunque, il patto di incedibilità del credito di cui al 1260 c. 2 c.c. avrebbe una validità c.d. in bianco, non essendo subordinato al controllo causale ex art. 1379 c.c., per cui il principio della libera circolazione dei crediti troverebbe il suo limite nella mera volontà delle parti del rapporto obbligatorio[8].

Secondo altra parte della dottrina[9], invece, da una parte, al patto de quo si applicherebbe, comunque, il principio generale, sancito dall’articolo 1322, secondo comma, c.c., della meritevolezza dell’interesse perseguito dalle parti – riguardando detto principio ogni atto posto in essere dall’autonomia privata – e, dall’altro, il principio della libera circolazione dei crediti avrebbe – al pari di quello della libera circolazione della proprietà – una fondamentale importanza per il legislatore, sottolineata anche dalla non necessità dell’accettazione del debitore ceduto al fine del perfezionamento del trasferimento del credito medesimo. Conseguentemente, il disposto dell’articolo 1260 c.c. servirebbe, in sostanza, a conferire rilievo giuridico, previo consenso del creditore, all’interesse del debitore di mantenere ferma e immutata la persona del primo, senza, però, escludere in alcun modo che tale accordo debba rispettare il più volte citato principio di meritevolezza ex 1322 c. 2 c.c., di cui la disciplina dell’articolo 1379 c.c. costituisce specifica espressione. In altri termini, il principio di meritevolezza di cui all’articolo 1322 c.c., declinato, in tema di divieto di alienazione, dall’articolo 1379 c.c., vale come regola generale applicabile ad ogni negozio giuridico, ivi compreso il patto di incedibilità del credito, che dovrebbe conseguentemente rispettare i limiti imposti da detta ultima disposizione, valendo, appunto, detti limiti in via generale per tutti i divieti di alienazione; sulla scorta della interpretazione in esame, dunque, anche il divieto di cessione dei crediti (ed il sotteso diritto per il debitore a non veder mutata la persona del suo creditore) dovrebbe rispondere ad un apprezzabile interesse perseguito da una delle parti nonché essere contenuto entro convenienti limiti di tempo.

Con riferimento, dunque, al profilo della meritevolezza dell’interesse, il patto di incedibilità del credito potrebbe trovare la sua giustificazione nel fatto che, per il debitore, la modificazione soggettiva del rapporto potrebbe non essere irrilevante, ad esempio nel caso in cui egli, al fine di estinguere il proprio debito verso il creditore, voglia e/o possa far valere verso costui la compensazione di un credito che vanti verso il medesimo.

Quanto, invece, al limite temporale, esso risponde all’esigenza di evitare il sorgere di obbligazioni destinate a durare in perpetuo ovvero per un lasso di tempo particolarmente lungo, così da favorire la circolazione dei diritti nell’ambito di un’economia di mercato ispirata alla libera competizione[10]. A tal uopo, in mancanza di una previsione legislativa che definisca aprioristicamente la convenienza dei limiti di tempo, si può dire che, per il patto in esame, la durata dello stesso debba essere correlata all’apprezzabile interesse della parte che lo richiede, incidendo essa sull’oggetto della prestazione del patto medesimo. L’indicazione di tale termine, tuttavia, potrebbe non essere prevista ove si presuma che lo stesso debba coincidere con quello fissato per l’adempimento del debitore: in tal caso, infatti, la durata del patto di incedibilità del credito sarà pari a quella dell’obbligazione stessa cui si riferisce[11]. Dal che deriva, dunque, che, a prescindere dal detto patto, in caso di inadempimento del debitore, il creditore sarà libero di cedere il proprio credito e di opporre la cessione al debitore stesso, così evitando, da un lato, l’inadempimento di costui e, dall’altro, l’immobilità della propria posizione giuridica attiva.

[1] C. Vivante, “Trattato di diritto commerciale”, III, 5a ed., Milano, 1929, 115 ss.

[2] G. Giorgi, “Teoria delle obbligazioni nel diritto moderno italiano”, VI, Firenze, 1909, 109.

[3] A. Natale, “Il patto di incedibilità del credito”, in Obbligazioni e contratti, 2009, vol. V, fasc. IV, 349 ss.

[4] Tale norma, infatti, in tema di creditore apparente, stabilisce che “chi ha ricevuto il pagamento è tenuto alla restituzione verso il vero creditore secondo le regole stabilite per la ripetizione dell’indebito”.

[5] L. Coviello, “Il divieto negoziale di alienazione e l’art. 288 capov. del progetto del III libro del codice civile”, in Riv. Dir. Civ., 1937, 392.

[6] F. Negro, “Degli effetti sostanziali dell’indisponibilità processuale”, I, in L’indisponibilità giuridica, Padova, 1950, 113.

[7] C.M. Bianca, “Diritto Civile”, IV, L’obbligazione, Milano, rist. 1998, 578.

[8] F. Bocchini, “Limitazioni convenzionali del potere di disposizione”, Napoli, 1979, 98.

[9] P. Pierlingieri, “Della cessione dei crediti”, in Comm. Scialoja e Branca, Bologna-Roma, 1982, 23.

[10] A. Natale, “Il patto di incedibilità del credito”, cit.

[11] A. Natale, “Il patto di incedibilità del credito”, cit.

 

Grazie per la collaborazione.

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