LE CLAUSOLE DI CONTINUAZIONE IN CASO DI MORTE DEL SOCIO NELLE SOCIETÀ DI PERSONE

LE CLAUSOLE DI CONTINUAZIONE IN CASO DI MORTE DEL SOCIO NELLE SOCIETÀ DI PERSONE

La morte di un socio, nelle società di persone, non determina, di per sé, lo scioglimento della società, costituendo, piuttosto, una causa di scioglimento del contratto sociale limitatamente al soggetto deceduto.

Ai sensi dell’articolo 2284 del codice civile, salvo contraria disposizione del contratto sociale, in caso di morte di uno dei soci, gli altri devono liquidare la relativa quota agli eredi, a meno che preferiscano sciogliere la società ovvero continuarla con gli eredi stessi e questi vi acconsentano: non è possibile, quindi, il trasferimento mortis causa della quota sociale, non essendo ammissibile la caduta in successione della stessa.

La dottrina prevalente, al riguardo, ritiene che, sebbene la norma citata faccia riferimento soltanto agli eredi, la stessa sia, altresì, applicabile per analogia anche ai legatari.

Ne deriva che, in caso di una disposizione a titolo particolare, la quota sociale dovrà essere liquidata al beneficiario di quest’ultima, sempreché i soci superstiti non preferiscano sciogliere la società o continuarla con il legatario stesso e questi vi acconsenta.

Il codice civile fa salva, come detto, la contraria disposizione del contratto sociale, lasciando, così, ai soci ampia libertà di predeterminare le conseguenze della morte di uno di essi.

È possibile, ad esempio, che venga introdotta una clausola di consolidazione (o di accrescimento), mediante la quale si preveda che, in caso di morte del socio, la sua quota si accresca in proporzione ai soci superstiti. In tale ipotesi, saranno i soci (e non la società) a liquidare la partecipazione sociale del defunto socio agli eredi (o al legatario).

Il diritto di liquidazione in capo agli eredi costituisce elemento caratterizzante della clausola de qua ed è, altresì, il discrimen per distinguere una previsione statutaria valida da una invalida. Le clausole di consolidazione sono, infatti, ritenute valide dalla dottrina prevalente (Campobasso, Rivolta, Bianca) e dalla giurisprudenza (Cassazione civile, 16 aprile 1975 n. 1434; Cassazione civile, 16 aprile 1994 n. 3609) solo se configurate nel modo sopra descritto e, cioè, solo se la consolidazione della quota del socio defunto tra i soci superstiti non privi gli eredi di costui del diritto alla liquidazione della stessa; liquidazione che va effettuata avuto riguardo al valore effettivo della partecipazione sociale al momento della morte. All’uopo, la dottrina parla di clausole di consolidazione c.d. impure, così da distinguerle da quelle che, a fronte della consolidazione delle quote a favore dei soci superstiti, non prevedono alcun diritto alla liquidazione per gli eredi del socio defunto (c.d. clausole di consolidazione pure).

Tali ultime clausole, infatti, secondo unanime impostazione dottrinale (Ghidini), sono da ritenersi invalide in quanto darebbero luogo ad un’ipotesi di nullità sostanziale, per violazione del divieto dei patti successori, di cui all’articolo 458 del codice civile: nello specifico, si sarebbe di fronte ad un patto successorio dispositivo in quanto, la clausola de qua configurerebbe un’attribuzione inter vivos ai soci superstiti della quota del socio defunto, mediante uno strumento diverso dal testamento.

I soci, inoltre, possono inserire nel contratto sociale anche delle clausole di continuazione, pattuizioni, cioè, che prevedono la continuazione della società con gli eredi del socio defunto.

Tali clausole, essendo contenute nel contratto sociale, sono sempre vincolanti per i soci superstiti, mentre, per gli eredi, vi può essere una mera facoltà di adesione, un obbligo di adesione ovvero un’adesione automatica, a seconda di come le stesse vengano formulate.

La prima ipotesi attiene alla clausola di continuazione c.d. facoltativa, la quale vincola solo i soci superstiti, mentre gli eredi hanno una mera facoltà di adesione: essi sono, quindi, liberi di aderire alla società o di richiedere la liquidazione della quota.

La dottrina prevalente (Campobasso) qualifica tale facoltà come un vero e proprio diritto potestativo di subingresso in società riconosciuto agli eredi.  Giova precisare che questi ultimi, in tal caso, entreranno a far parte della società per effetto della stipula di un atto inter vivos. In particolare, laddove la clausola contenga il consenso preventivo dei soci alla continuazione della società con gli eredi, il subingresso in società di questi ultimi avverrà mediante un negozio giuridico unilaterale di adesione; ove, invece, la clausola preveda un mero obbligo di continuazione della società, il subingresso in società degli eredi avverrà mediante un contratto bilaterale di continuazione concluso tra i soci superstiti e gli eredi medesimi.

La seconda ipotesi riguarda la clausola di continuazione c.d. obbligatoria, la quale vincola sia i soci che gli eredi. Questi ultimi, infatti, in tal caso, sono obbligati a continuare la società con i soci superstiti. Pertanto, la dottrina prevalente (Ghidini) qualifica la clausola in esame come un’ipotesi di promessa del fatto del terzo, di cui all’articolo 1381 del codice civile; ai sensi di tale norma, infatti, il soggetto che ha promesso l’obbligazione o il fatto di un terzo è tenuto ad indennizzare l’altro contraente, ove il terzo rifiuti di obbligarsi o non compia il fatto promesso. Rapportando la disciplina della promessa del fatto del terzo alla clausola in commento, il risarcimento cui sarebbero tenuti gli eredi del socio defunto in caso di mancata continuazione della società con i soci superstiti, sarebbe assimilabile all’indennizzo che graverebbe sul socio deceduto medesimo.

In ultimo, i soci possono inserire nel contratto sociale una clausola di continuazione automatica, attraverso la quale, nel caso di morte di uno di essi, si prevede l’automatico subingresso in società dei relativi eredi. La clausola in esame comporta, pertanto, come sostenuto dalla giurisprudenza (Cassazione civile, 27 aprile 1978 n. 1311; Cassazione civile, 16 luglio 1976 n. 2815), la libera trasmissibilità mortis causa della quota sociale, la quale, in tal caso, cade in successione. Conseguentemente, il chiamato acquista la qualità di socio nel momento stesso in cui accetta l’eredità.

È pacifico, in dottrina, che le clausole di continuazione facoltativa siano pienamente valide, in quanto non vincolano in alcun modo gli eredi, mentre più discussa è la validità delle clausole di continuazione obbligatoria ed automatica.

Parte della dottrina (Auletta, Iudica, Spada), infatti, ritiene che le clausole di continuazione automatica siano nulle, in quanto violerebbero, da un lato, il principio secondo cui non si può diventare soci a responsabilità illimitata senza un proprio consenso espresso e, dall’altro, il divieto dei patti successori.

Sotto il primo profilo, infatti, secondo l’opinione prevalente (Ferri; Cassazione civile, 16 luglio 1976 n. 2815), al fine di limitare la responsabilità per le obbligazioni sociali, non basterebbe che l’erede accettasse l’eredità con beneficio di inventario, in quanto, un conto è la responsabilità che compete agli eredi come tali, un altro è la responsabilità che ad essi compete quali soci. Gli eredi che accettano l’eredità con beneficio d’inventario sono, pertanto, responsabili, intra vires hereditatis, per le obbligazioni che gravano sul socio defunto solo fin quando non assumono la qualità di soci: nel momento in cui assumono detta qualità, invece, risponderanno illimitatamente per le obbligazioni sociali.

Quanto, invece, alla questione inerente la violazione del divieto dei patti successori, questa sarebbe ravvisabile nel subentro automatico in società posto a carico degli eredi attraverso un atto inter vivos, in contrasto con il principio generale secondo il quale al de cuius è consentito gravare i suoi eredi di pesi ed obblighi solo con un testamento, atto, per sua natura, revocabile, e non con un contratto, che, di per sé, è irrevocabile unilateralmente.

Secondo altra parte della dottrina (Venditti, Graziani, Cottino, Falzone-Cannizzo), invece, le clausole di continuazione obbligatoria ed automatica sono valide, non ponendosi le stesse affatto in contrasto con il divieto dei patti successori. Esse, infatti, lasciano impregiudicata la facoltà del chiamato all’eredità di accettare o meno la stessa: egli, quindi, ove si preveda la continuazione automatica in società da parte dell’erede, ben potrebbe rinunciare all’eredità stessa e non essere mai soggetto alla responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali; quanto, poi, all’ipotesi in cui la clausola statutaria preveda la continuazione obbligatoria da parte dell’erede, costui – avendo già accettato l’eredità – potrebbe rifiutarsi di prestare il proprio consenso al subingresso in società ed essere, così, soggetto soltanto all’obbligo risarcitorio di cui supra.

Con riferimento, infine, alle clausole di continuazione automatica, la dottrina (Ferri) ha sottolineato l’opportunità di distinguere l’accettazione dell’eredità dal consenso all’assunzione della responsabilità illimitata. Quest’ultimo, infatti, non può essere rinvenuto nella predetta accettazione, trattandosi di atti giuridici diversi e autonomi l’uno dall’altro. Per tale motivo, non si reputa ammissibile la possibilità di prestare un consenso tacito all’adesione al contratto sociale

 

di Roberta IATI’ – Avvocato specializzato in Diritto Civile, di Famiglia e delle Successioni

e Gabriele PULIMANTI – Cultore di Diritto Civile, di Famiglia e delle Successioni presso l’Università Europea di Roma

 

 

Grazie per la collaborazione.

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