LA REVOCAZIONE DELLE DISPOSIZIONI TESTAMENTARIE

LA REVOCAZIONE DELLE DISPOSIZIONI TESTAMENTARIE

Il testamento è, ai sensi dell’articolo 587 del codice civile, un negozio giuridico unilaterale mediante il quale un soggetto dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o parte di esse. Esso, pertanto, rientra nei c.d. negozi giuridici “a causa di morte” in quanto la sua funzione consiste nella determinazione della sorte dei rapporti giuridici, attivi e passivi, facenti capo al de cuius in dipendenza della sua morte.

La volontà del testatore, in sede di formazione del testamento, assume un ruolo centrale. Egli, infatti, ha piena libertà in ordine al contenuto del suo testamento, nel rispetto delle inderogabili norme di legge.

Tra i diversi principi che connotano il negozio testamentario si annovera quello della revocabilità dello stesso. Detto principio, in forza del quale il testatore può revocare il suo testamento fino al momento della sua morte, trova il suo fondamento nella necessità di assicurare la sua piena libertà in ordine alla regolamentazione post mortem dei propri interessi.

L’importanza che il legislatore ha attribuito alla revocazione delle disposizioni testamentarie è riscontrabile in alcune norme del codice civile. Tra queste, l’articolo 587, che espressamente menziona la revocabilità del negozio testamentario, nonché l’articolo 679, che vieta ogni rinunzia alla facoltà di revocare le disposizioni testamentarie.

La revoca è, in linea generale, un negozio giuridico unilaterale di secondo grado, teso ad incidere sull’efficacia di un negozio precedente, mediante il quale un soggetto impedisce il sorgere di una determinata fattispecie oppure ripristina la situazione ex ante (Santoro-Passarelli). Più specificamente, la revocazione del testamento si configura – da un lato – quale negozio personalissimo (come il testamento stesso), in quanto non ammette rappresentanza di un terzo e – dall’altro – quale negozio formale, in quanto deve essere posta in essere nelle modalità previste dalla legge.

Relativamente a tale ultimo aspetto, la revoca può essere espressa o tacita.

La revoca espressa è disciplinata dall’articolo 681 del codice civile. Tale modalità di revocazione può farsi solo con un nuovo testamento ovvero con un atto ricevuto da un notaio in presenza di due testimoni, contenente una dichiarazione espressa del testatore di revocare – in tutto oppure in parte – le disposizioni anteriori.

Giova precisare che, ove la revocazione espressa sia contenuta in un nuovo testamento – stante il principio di uguaglianza dei testamenti – non rileva la forma mediante la quale detto testamento è posto in essere. A titolo esemplificativo, basti pensare che un testamento pubblico può essere reso inefficace da un successivo testamento olografo. Nel diverso caso, invece, in cui la revocazione sia contenuta in un atto ricevuto dal notaio in presenza dei testimoni, la dottrina è pacifica nel ritenere che, sebbene l’atto in esame abbia una struttura inter vivos, sia da configurarsi quale atto mortis causa, in quanto esso produrrà effetti dopo la morte del dichiarante.

Da un punto di vista redazionale, in dottrina, si è a lungo discusso circa la modalità con cui ridurre in iscritto la volontà del testatore di revocare, in tutto o in parte, un suo precedente testamento.

L’orientamento prevalente, avallato, altresì, dalla giurisprudenza della Cassazione (fra tutte, Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 22983 del 9 ottobre 2013), ritiene che occorra una dichiarazione di volontà unilaterale e non recettizia, diretta a togliere efficacia giuridica alle precedenti disposizioni testamentarie. La giurisprudenza, infatti, si è espressa stabilendo che non può essere considerata come una formula di stile l’espressione “revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria” contenuta nel testamento posteriore. Da ciò deriva che la presenza di una volontà di revoca contenuta nel testamento è sufficiente a ripristinare la situazione precedente, indipendentemente dalle espressioni formalmente impiegate.

La seconda modalità con cui può essere realizzata la revocazione è, ai sensi degli articoli 682 e seguenti del codice civile, quella tacita, nella quale manca l’espressa volontà del testatore di revocare o modificare quanto stabilito nel precedente testamento

Diverse sono le ipotesi di revoca tacita previste nel nostro ordinamento.

Prima fra tutte, l’ipotesi della sopravvenienza di nuove disposizioni testamentarie incompatibili con le precedenti, prevista dall’articolo 682 del codice civile, secondo cui “il testamento posteriore, che non revoca in modo espresso i precedenti, annulla in questi soltanto le disposizioni che sono con essi incompatibili”. Basti pensare, ad esempio, all’introduzione nel testamento di una disposizione a titolo particolare avente ad oggetto il diritto di piena proprietà su un bene in favore di un soggetto, bene che in un testamento anteriore era stato attribuito ad un diverso legatario.

In tal caso, la revoca non riguarda l’intero testamento ma solo le disposizioni incompatibili: ne deriva, quindi, che eventuali disposizioni contenute nel precedente testamento che risultino compatibili con quelle del successivo produrranno efficacia al momento della morte del testatore. La redazione di successive disposizioni incompatibili con le precedenti è stata definita da alcuni autori (Santoro-Passarelli) alla stregua di un comportamento concludente, espressione della cd. voluntas revocandi del testatore. La giurisprudenza (Cassazione 21 novembre 1977, n. 5067), invero, ha considerato la sopravvenienza di nuove disposizioni incompatibili quale mero fatto a cui è da riconnettersi la caducazione del testamento anteriore per ragioni di certezza. Difatti, secondo gli ermellini “nel caso di successivi testamenti incompatibili non è necessario, una volta individuata l’ultima volontà testamentaria, accertare che vi sia stata la volontà di revocare in tutto o in parte i precedenti testamenti ben potendo essere la revoca totale o parziale non un oggetto diretto dell’ultima manifestazione di volontà, ma un semplice effetto di queste disposizioni, ove incompatibili con le precedenti”.

L’articolo 682 del codice civile disciplina l’ipotesi di testamento posteriore, sancendo che esso non revoca i precedenti testamenti, salvo che per le disposizioni che sono con essi incompatibili. L’ipotesi più dubbia è ravvisabile nel caso di disposizioni incompatibili contenute in testamenti di pari data. Secondo la giurisprudenza (Cassazione 23 febbraio 1952, n. 495) il compito dell’interprete è quello di procedere ad una interpretazione che permetta la contemporanea sopravvenienza delle disposizioni, in ossequio al principio di conservazione della volontà testamentaria. Giova, tuttavia, precisare che secondo questa impostazione, ove i testamenti non permettano di ricostruire in modo attendibile l’intento del de cuius, le disposizioni non possono avere effetto. Ne deriva che, in caso di persistenti dubbi interpretativi, le disposizioni dovranno ritenersi inefficaci.

Altro esempio di revoca tacita è disciplinato dall’articolo 684 del codice civile che, relativamente al testamento olografo prevede tre ipotesi, e precisamente la distruzione, la lacerazione (totale o parziale) e la cancellazione.

La categoria della distruzione comprende tutte le ipotesi di annientamento materiale della scheda, indipendentemente dalle modalità con cui è ottenuto il risultato; nelle ipotesi di lacerazione e cancellazione, invece, il documento, sebbene alterato, continua ad esistere.

Secondo parte della dottrina (Ferri) e alcune pronunce della giurisprudenza (Cassazione 15 luglio 1965, n.1524; Cassazione 13 ottobre 1975, n.3286) con la fattispecie di cui alla norma in commento si realizzerebbe un’ipotesi di presunzione assoluta: il solo fatto della distruzione sarebbe sufficiente, di per sé, ad integrare un’ipotesi di revoca.

Altra parte della dottrina (Mengoni), invece, sostiene la tesi contraria, attribuendo una rilevanza centrale alla volontà del testatore. Partendo da tale assunto, infatti, i sostenitori di detta impostazione ritengono che il testamento non debba considerarsi revocato non solo nell’ipotesi –  più estrema – in cui si dimostri che la distruzione non sia avvenuta per mano del testatore, ma per opera di un terzo, ma, altresì, nel caso in cui sia lo stesso testatore ad essere l’autore materiale della distruzione. In tale ultimo caso, infatti, la revocabilità è da ritenersi esclusa ove si dimostri che l’intenzione non fosse quella di revocare il testamento. La suddetta tesi è anche supportata dalla giurisprudenza (Cassazione civile 20 giugno 1986, n. 4119), secondo la quale la revoca tacita del testamento olografo non è ammessa in via generale potendo essa risultare soltanto dal compimento degli atti o fatti indicati in modo tassativo dalla legge, i quali implicano l’inequivoca volontà del testatore di revocare le sue precedenti disposizioni testamentarie.

La dottrina, relativamente alle ipotesi di cui all’articolo 684 del codice civile, ha discusso sull’ammissibilità di una revoca tacita in caso di cestinazione del testamento olografo.

Alcuni autori (Gangi-De Marchi), avvalorati da due isolate pronunce giurisprudenziali (Cassazione, 6 maggio 1965, n. 834; Cassazione, 24marzo 1979, n. 1739) interpretano estensivamente la norma in commento, ritenendo che, sebbene le fattispecie di revoca tacita siano tipiche, le ipotesi che la integrano sono, invece, atipiche e molteplici. Alla luce di detta argomentazione, la “cestinazione” della scheda testamentaria dovrebbe essere considerata alla stregua di un fatto idoneo a revocare il testamento.

Secondo altra parte della dottrina (Giampiccolo-Azzariti) e la giurisprudenza prevalente (fra tutte, Cassazione 26 settembre 1986, n. 8780), l’ipotesi suesposta non incide sull’integrità del documento e non determina la revoca del testamento. I sostenitori di questa impostazione, infatti, addivengono alla conclusione secondo cui la revoca tacita del testamento non sarebbe ammessa in via in generale, ma sarebbe integrata da fatti tassativamente previsti dai quali è inequivocabile la volontà del de cuius di revocare le precedenti disposizioni.

Ulteriore ipotesi di revoca tacita, espressamente prevista dal legislatore all’articolo 685 del codice civile, è rappresentata dal ritiro del testamento segreto dal notaio. Tuttavia, il ritiro del suddetto testamento ad opera del testatore non importa revocazione, se lo stesso comunque presenta i requisiti del testamento olografo e, quindi, se è stato scritto per intero, datato e sottoscritto dal testatore.

Il ritiro del testamento segreto ad opera del testatore rileva come un atto giuridico cui il legislatore ha connesso l’effetto legale assoluto di rendere inefficaci le disposizioni contenute nella scheda che non sia olografa, datata e sottoscritta dal de cuius. Ne deriva che qualora il testamento segreto sia redatto in modo tale da rispettare i requisiti previsti per l’olografo, esso resterà valido come tale.

L’ultima ipotesi di revoca tacita è prevista dall’articolo 686 del codice civile, con riguardo alle disposizioni testamentarie a titolo particolare. Ai sensi di tale norma, l’alienazione che il testatore pone in essere della cosa legata o di parte di essa comporta la revoca del legato con riguardo all’oggetto dell’alienazione, a meno che si dimostri una diversa volontà del testatore medesimo. In tal caso, dunque, troverà applicazione, qualora ne ricorrano i presupposti, la disciplina relativa al legato di cosa altrui, ex articolo 651 codice civile e, pertanto, il legato sarà valido solo se, da dichiarazione scritta dal testatore, risulti che questi sapeva che la cosa legata apparteneva al terzo. Altrimenti, come detto, essendovi stata alienazione da parte del testatore del bene oggetto di legato e non emergendo una sua diversa volontà, la disposizione si intenderà revocata.  A tal uopo, è opportuno precisare che il concetto di alienazione è da intendersi in senso lato, comprendendo esso le ipotesi di vendita, donazione, permuta, divisione e, in generale, tutti gli atti di disposizione compiuti dal testatore.

La norma in esame qualifica l’alienazione del bene legato ad opera del de cuius come un comportamento concludente, manifestazione indiretta della volontà di revoca. La dichiarazione con la quale il testatore manifesta la volontà di alienare il bene oggetto del legato, assolve, a ben vedere, ad una duplice funzione: essa, infatti, rileva, da un lato, quale negozio traslativo inter vivos e, dall’altro, quale fattispecie revocatoria mortis causa.

Il legislatore ha previsto, accanto alle predette ipotesi di revoca tacita, un particolare caso di revocazione ex lege. L’articolo 687 del codice civile, infatti, disciplina la cd. revocazione per sopravvenienza di figli, stabilendo che le disposizioni a titolo universale o particolare fatte da chi, al momento della redazione del testamento, ignorava di avere figli o discendenti, sono revocate di diritto per l’esistenza o la sopravvenienza di un figlio o per il successivo riconoscimento di un figlio nato fuori del matrimonio.

Tale norma rinviene la sua ratio, da un lato, nella tutela della famiglia del testatore, ed in particolare dei suoi figli, che sarebbero pregiudicati da disposizioni testamentarie in cui non figurano come beneficiari e, dall’ altro, dalla presunta volontà del testatore il quale, conoscendo la circostanza di avere figli, presumibilmente li avrebbe contemplati nella scheda testamentaria.

Non si ha revocazione, invece, qualora il testatore abbia provveduto anche per il caso di esistenza o sopravvenienza di discendenti. Il che potrebbe ravvisarsi, ad esempio, nel caso in cui egli dichiari espressamente nel testamento che le disposizioni testamentarie ivi contenute producano effetto a prescindere dalla circostanza sopra contemplata.

La revocazione del testamento, sia espressa che tacita, può essere a sua volta revocata ponendo in essere quella che è definita la cd. revocazione di revocazione, consentita esclusivamente nelle forme di cui all’articolo 681 del codice civile. Con tale disposizione, il testatore, revocando la precedente revocazione, determina, quale conseguenza pratica, il ritorno in auge del testamento precedente. La reviviscenza delle disposizioni testamentarie precedenti opera automaticamente, senza che esse debbano essere ripetute nel nuovo testamento o nella dichiarazione ricevuta dal notaio. È sufficiente, cioè, che emerga in modo non equivoco la volontà del testatore di far rivivere le vecchie disposizioni testamentarie.

Premessa la suprema libertà del testatore in ordine alla facoltà di revocare un suo precedente testamento, giova, tuttavia, precisare che vi sono delle disposizioni relativamente alle quali la revocazione non è ammessa.

L’articolo 256 del codice civile, infatti, dispone che non può essere revocato il riconoscimento di un figlio nato fuori dal matrimonio contenuto in un testamento. La ratio della norma è quella di conferire certezza giuridica ad un rapporto dal quale derivano diritti e doveri previsti dalla legge. A ben vedere, inoltre, il riconoscimento di paternità è, per la dottrina maggioritaria (Torrente-Gazzoni), il classico esempio di atto giuridico, nel quale la volontà del soggetto è limitata alla scelta se compiere o meno l’atto stesso, mentre gli effetti sono già previsti dalla legge e non possono essere modificati dal soggetto.

Ulteriore disposizione testamentaria non revocabile è la confessione contenuta all’interno di un testamento. La confessione, ai sensi dell’articolo 2730 del codice civile, è la dichiarazione di scienza che una parte fa della verità di fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli all’altra parte e, secondo la tesi prevalente, anch’essa, come la fattispecie precedente, avrebbe natura di atto giuridico in senso stretto e, quindi, di atto non negoziale, in quanto i suoi effetti si producono indipendentemente dalla volontà del dichiarante.

La confessione, ai sensi dell’articolo 2732 del codice civile, non può essere revocata se non si prova che è stata determinata da errore di fatto o da violenza. Si ritiene pertanto, che la revocazione di una confessione contenuta nel testamento possa essere revocata solo in presenza di tali presupposti, non essendo contemplate ulteriori ipotesi. Questo orientamento è confermato dalla giurisprudenza della Cassazione che, con una risalente pronuncia (Cassazione civile, 6 Marzo 1975, n. 829), ha ritenuto di escludere l’ammissibilità della revoca di una confessione contenuta in un testamento al di fuori delle ipotesi previste dalla predetta norma. Anche in tal caso, la ratio alla base di tale impostazione è data dalla certezza degli atti giuridici, e, in particolare, si rinviene nel principio generale secondo il quale non è ammessa la revocabilità delle dichiarazioni di scienza contenute in un testamento.

 

di Roberta IATI’ – Avvocato specializzato in Diritto Civile, di Famiglia e delle Successioni

e Gabriele PULIMANTI – Cultore di Diritto Civile, di Famiglia e delle Successioni presso l’Università Europea di Roma

 

 

Grazie per la collaborazione.

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